|
Fabio
Ho corso in coppia con Fabio
Facchini e la sua mitica RD del 1973 la centomiglia 2004 per moto
classiche dello scorso Dicembre. A causa di un diluvio universale sono
stato d’impaccio, lui in gara col migliore tempo di classe, io con
l’ultimo; ma Fabio era Fabio, e al traguardo si è fatto una bella
risata. L’importante era aver corso insieme, a rinsaldare il vincolo
d’amicizia che ci univa, la stessa passione e lo stesso modo di
affrontare le gare.
Nessuno poteva immaginare che quella
sarebbe stata l’ultima corsa di Fabio, portatoci via da un incidente
stradale Mercoledì 30 Marzo 2005.
Voglio ricordarlo raccontandovi del
weekend in cui ci siamo conosciuti, e subito piaciuti, in quel di
Vallelunga.
Ecco Fabio alla
100 miglia 2004 asciugare il nostro meccanico F. Andreini.
Notare i mezzi
da vero corridore privato.
Luglio 2003.
E’ il weekend più torrido del
secolo, e mentre anziani indifesi muoiono di caldo, molti impavidi
sfidano i 40° del paddock di Vallelunga per le corse del CIV e delle
moto d’epoca. Mi presento anch’io per l’esordio, sapendo purtroppo che
il Motobi 250 è lungi dall’essere pronto grazie alla serietà di chi
l’ha in cura; nel weekend mi permetterà di compiere dieci giri a mezzo
gas negandomi anche la consolazione della gara di recupero. Sono qui
per inseguire un sogno, il mito dei piloti privati anni ’60 e ’70, e
i mezzi sono quelli che sono: carrello, gazebo dell’euromercato e
frigo portatile. Intorno bilici con hospitality, motorhomes da
quindici metri, camion assistenza. Non proprio intorno, perché siamo
relegati al primo parcheggio, lontani da tutto. A metà mattina si
presenta questo omone dotato di furgone renault 5, dal quale scarica
una vecchia RD 350; non ha nemmeno il lusso del mio misero gazebo, e
si addossa alla casetta dei guardiani per sfruttare un po’ d’ombra.
Impossibile non piacersi, finalmente qualcuno che ci assomiglia,
infatti siamo amici da subito. Nel pomeriggio lo vedo girare in
qualifica e mi rendo conto che del gas glie ne da, solo che il mezzo è
veramente poco competitivo. Scoprirò poi che con due pistoni faceva
tre stagioni, per non parlare delle gomme. A sera ci lasciamo con la
reciproca certezza di avere un nuovo amico. Il giorno dopo sono
spettatore forzato, vorrà dire che darò una mano a Fabio che parte a
due terzi di griglia. Caldo infernale, iniziano le gare e Fabio non si
vede; arriva verso mezzogiorno, il paddock è strapieno e la sua gara
sta quasi per iniziare. Piazza il furgoncino in un metro quadro di una
zona immensa riservata a un mega bilico dell’assistenza, litigando con
gli addetti al circuito. Io e Fabio Andreini, il suo meccanico di
fiducia, abbiamo un bel daffare a calmarlo, vestirlo, fasciargli col
nastro adesivo gli stivali troppo piccoli per i suoi polpaccioni. Si
avvia in griglia dicendoci che ha cambiato le candele, mettendole più
fredde. L’Andreini non sembra convinto, ma ormai è tardi, in dieci
minuti Fabione passa dal cancello dell’autodromo alla linea di
partenza, ovviamente siamo tutti col fiatone. Pronti via, lo seguiamo
trepidanti dalla terrazza. Passa tra gli ultimi, la moto che rantola
in rettilineo. Secondo giro, e passa scrollando la testa, la moto è
inchiodata. Alla fine del terzo giro lo vediamo imboccare a razzo la
corsia dei box; corriamo nel paddock giusto in tempo per vederlo
uscire a manetta da un box sotto gli sguardi sbigottiti del mega team
di superbike che lo occupava; guizza con la Rd tra gli spettatori, i
meccanici e il solito traffico del paddock finchè riesce ad appoggiare
la moto al furgone, per fortuna non troppo lontano. Corriamo ad
assisterlo mentre cambia le candele al volo, i sacramenti si sprecano
cercando le chiavi, le candele, gli attrezzi dispersi nel caos del
vano bagagli. In due minuti è di nuovo in sella, candele cambiate,
ripassa attraverso i box e via di nuovo in corsa. Io e l’altro Fabio
siamo distesi per terra con le lacrime agli occhi per il troppo
ridere; epilogo, quarto posto di classe nonostante lo stop and go più
comico della storia degli sport del motore…..
Questo era Fabio, casinaro,
caciarone, incasinato, generoso e buonissimo.
Ciao Fabio.
PANAVISION
Il Robi stirò le ultime tre marce
nel tratto in salita, gli occhi fissi sui due piccoli tubi di scarico
trenta centimetri davanti alla sua ruota anteriore. Alla staccata
avvertì il suo avversario sfilare all’esterno, e si buttò giù per la
discesa stupito dal relativo silenzio che lo accompagnava; ora era da
solo, ed il crepitio dei due minuscoli pistoni, senza
l’accompagnamento in sottofondo del gruppo, quasi soccombeva al vento
dei duecentosettanta chilometri orari. Davanti, quattro secondi di
vuoto, ed un puntino non sempre visibile : il fenomeno. Al passaggio
dai box, dovette leggere il tabellone di un altro : al muretto i suoi
erano impazziti, e da tre giri si sbracciavano facendogli il segno del
gas e null’altro. Avevano ragione, i ragazzi del team, a essere su di
giri, dopo una stagione mondiale relegati agli ultimi posti, un pilota
adolescente che non andava e si era infortunato prima dell’ultima
gara, la chiamata inaspettata del Robi che a 27 anni si era ritrovato,
incredulo, a correre tra i big… E adesso eccolo lì, quattro giri al
termine, secondo posto, da dieci giri il più veloce in pista . Un
miracolo? Forse. Più verosimilmente, l’abitudine a correre sulle tele,
visto il non-budget del Robi per correre nel campionato nazionale, un
treno di slick nuove ogni morte di Papa, altrimenti si montavano
usate. Si sparò di nuovo sul tratto in salita, danzando tra i curvoni;
il fenomeno sempre più vicino, il pubblico in delirio, una marcia
dietro l’altra. Era evidente che stava guadagnando, e pur sforzandosi
di tenere gli occhi fissi sulla pista dieci metri davanti a sé, il
Robi non riusciva a fare a meno di pensare all’imminente
ricongiungimento. Scollinò puntando come al solito la prima enne del
gigantesco tabellone Panasonic, riferimento per il cordolo esterno
della ultima esse che immetteva sul traguardo; una curva che il Robi
non digeriva, quattro raggi diversi nello spazio di trecento metri
dove perdeva terreno su tutti. Semplicemente, non riusciva a
visualizzarne la traiettoria, ed il pensiero di quelle due curve
cominciava a prenderlo già all’inizio della salita. Tre giri al
termine, due secondi e nove (qualcuno al muretto si era ricordato di
avere un pilota in pista). Quello che il Robi non si spiegava era il
sorriso che ogni volta gli strappava quel tabellone Panasonic, dopo
che si era preoccupato della esse per tutta la salita, proprio al
momento dell’ingresso nel suo personale purgatorio. Qualcosa scattava
nella sua testa ad ogni passaggio, costringendolo ad un sorriso, poco
più di una smorfia dentro il casco prima di tirare la staccatona
micidiale. Eccolo là di nuovo, Panasonic, un sorriso alimentato da una
fioca scintilla in un angolo recondito della memoria… Box, due giri
alla fine, un secondo e otto, sui curvoni in salita tutti in piedi.
Nel rettilineo di ritorno finalmente qualcosa scattò nella testa del
Robi, ma certo! Panasonic, no, Panavision, memorie dei tempi di
scuola! Quando lui e il Costa di banco erano sempre dietro la
Simonetta, il più bel sedere della provincia; non c’era storia con
lei, se l’era presa il Dandy, figlio di un mega industriale
dell’intimo, ma non faceva niente, perché loro due potevano godere del
panorama indisturbati ogni volta che la loro musa si alzava, magari
sporgendosi verso i banchi davanti a sè. La parola d’ordine ,
Panavision appunto, l’aveva coniata il Costa, ed era il richiamo che
alleviava loro il tedio delle lezioni. Simonetta, che curve… Il Robi
si stupì dopo tanti anni a ricordarle precisamente, una doppia curva
raccordata in maniera perfetta, messa in evidenza da un jeans mezza
misura in meno, una doppia curva che tante volte si era immaginato a
sfiorare, una doppia curva che conosceva a memoria senza averla mai
percorsa, una doppia curva, una esse…. Come quella che lo aspettava.
All’improvviso gli fu tutto chiaro; il tabellone Panasonic lì davanti,
il fenomeno poco distante che già si era girato indietro due volte.
Entrò strettissimo, lasciandosi scorrere verso il cordolo esterno,
seguendo i contorni immaginari di quella curva che non era mai stata
sua. Si ritrovò in rettilineo quasi in scia al fenomeno, certo lui
questi problemi non li aveva mai avuti, nel mondiale a 15 anni, a
scuola mai, ragazze fin che ne voleva, titoli mondiali, soldi
,macchine, attrici e top models, fama planetaria. Il Robi invece,
quelli che al Venerdì vanno al lavoro con la moto sul furgone e i
panini della mamma, quelli che percorrono l’Italia di notte per
raggiungere i circuiti, quelli che speriamo che le candele mi durino
ancora una gara; quelli che siamo contenti di essere in vista del
tabellone Panasonic, adesso che basta seguire il profilo di un
fondoschiena immaginato per l’ennesima volta… Il fenomeno lo vide
entrare strettissimo, a velocità doppia della sua, incrociarono le
traiettorie una prima volta, e quando fu costretto a riguadagnare un
po’ di pista sulla esse di ritorno il Robi lo passò dall’altra parte,
troppo veloce per essere ripreso. Non vide i commissari festanti, il
pubblico impazzito coi suoi petardi, la gente che invadeva la pista,
solo un immagine, una doppia curva perfetta annunciata da una parola
d’ordine. Panavision
IL TREMMEZZO
La mia militanza motociclistica è
nata tardivamente, una cenere covata ventitre anni ed esplosa
prepotentemente. Nel tentativo di riguadagnare il tempo perduto, ho
cambiato in pochissimo tempo una miriade di mezzi diversissimi tra
loro tranne per il fatto di costare molto poco. Così una sera tornai a
casa trionfante su un Morini tre e mezzo malmesso e fumoso. L’intento
era di avere un mezzo da usare senza riguardi per Roma, ma che si
distinguesse dalla massa di plasticoni che già all’epoca (metà anni
Novanta) ammorbavano l’asfalto capitolino. Distinguersi, si
distingueva : serbatoio con fregio casereccio, rombanti marmitte
rugginose, freno a disco Grimeca messo lì per bellezza, niente
alternatore : era rotto e da solo costava quasi le cinquecentomila
lire sborsate per il bolide. Di lì a poco diventò di un bel giallino,
e grazie ai pezzi di una seconda moto (centocinquantamila lire)
assunse un’aria dignitosa. Frenare, non frenava, ed imparai presto a
portarmi dietro una chiave per stringere la flangia dello scarico
posteriore che aveva il vizio di allentarsi ogni 50 chilometri. Sì
perché quando presi confidenza con quei 130 chili di puro divertimento
e relativo cambio a destra, cominciai ad usare il “tremmezzo” per
rapide gite fuoriporta, sui percorsi canonici degli smanettoni romani.
130 chili di puro divertimento, perché piegava fino alle pedane, un
motore rotondo e pieno, sei marce, consumi irrisori; e con casco a
scodella e occhialoni faceva troppo cafè racer. Non mi importava
essere schifato dal popolo di motociclisti fluorescenti da centoventi
e passa cavalli da bar; ero sordo alle irrisioni dei colleghi, e non
mi pesava neppure partire con una batteria di riserva nello zaino
quando prevedevo di tornare col buio. Le ore spese a cercare di
mettere a punto i due Dellorto, e le innumerevoli scalciate per
metterla in moto a freddo erano parte del gioco. Gioco che mi ripagava
ampiamente quando disegnavo morbide traiettorie rotonde sulla
Tiburtina o lungo il mio personalissimo TT romanesco, che si snodava
su Ardeatina, via dei castelli e Laurentina; oppure quando una volta
che volli seguire una strada nuovissima e bellissima finii in dieci Km
di sterrato con scavalcamento di una montagna di ghiaia e superamento
(a braccia) della sbarra con lucchetto che mi separava dalla strada di
casa (tornare indietro? Giammai!). Gioco che divenne sublime un Sabato
pomeriggio, quando nella discesa verso Tivoli sverniciai, con sorpasso
all’esterno, lo sprovveduto di turno montato su CBR, immaginando una
tribuna plaudente sul pratone di fronte…
Purtroppo il gioco finì presto, non
ci misi molto a stroncare quel poco che funzionava, e alla fine la
vendetti a malincuore ad un altro morinista, uso ricambi. Già
incombeva il prossimo rottame, stavolta di fattezze nipponiche….
GIACOMINO
(Tragedia in due atti)
Quanto segue è veramente accaduto,
ho solo cambiato nomi e luoghi per rispetto della privacy, tanto chi
bazzica le salite già sa di chi si parla.
PROLOGO
Appennino emiliano, un brutto sabato
sera del 2003.
E’ il solito circo del sabato sera
delle gare in salita : spettatori con i mezzi più incredibili che si
esibiscono in impennate e burn-out, concorrenti che provano il
percorso per sistemare assetti e carburazione, “nonnini” che
approfittano della temporanea assenza delle forze dell’ordine per fare
qualche metro con le loro moto d’epoca. Tra loro, Giacomino
(chiamiamolo così), pilota locale avvezzo a qualche buon risultato in
pista, e che non vede l’ora di dimostrare sulle strade di casa…
…non so nemmeno io cosa.
Fatto sta che all’uscita da un
tornante preso in piena e completamente contromano investe un pilota
della 250 Epoca che scendeva a passo d’uomo. Pilota che morirà dopo
qualche giorno in seguito alle ferite riportate.
PRIMO ATTO
Garfagnana,
Agosto 2004.
E’ appena finita una delle classiche
del campionato della salita, alla premiazione sbuca anche Giacomino,
che abita non troppo lontano.
Non ha potuto correre in salita
quest’anno, visto anche la patente ritirata per l’incidente dell’anno
prima; questo il suo commento sprezzante sulla gara cui ha assistito :
“Non è stata una gran gara, l’assoluto è salito in 2’07”, io su strada
aperta faccio 2’03” (con quale patente, Giacomino??).
SECONDO ATTO
Appennino emiliano, Aprile 2005.
Il paddock dell’autodromo brulica di
concorrenti fradici per il diluvio, archiviata la gara Open è tempo di
caricare i furgoni, asciugarsi alla meglio e tornare a casa dopo un
weekend bagnato. Giacomino è stizzito, è giunto 4° a una trentina di
secondi dai primi due, e se la prende con Stefano, eroico 2° : “ E’
facile venir qui a far risultato con una moto ufficiale sbk”. Stefano
non può permettersi di correre in pista, fa una gara all’anno. Stefano
è alla prima gara con la suzuki 1000 2003 comprata incidentata da un
concessionario lombardo per 4000 euro. Stefano è anche l’italiano più
veloce di sempre al Tourist Trophy. Giacomino ha una motina nuova
nuova seguita dall’ennesimo team disposto a dargli retta. Giacomino in
quest’autodromo è di casa. Il paddock queste cose le sa, e la risata a
questa uscita è generale.
EPILOGO
Garfagnana, Agosto 2005
Di nuovo un sabato sera vigilia di
gara, stranamente tranquillo : grazie ad una repressione totale delle
forze dell’ordine i diecimila spettatori ed i concorrenti sono stati
buoni buoni. L’ora volge all’imbrunire, accantonati cacciaviti e
chiavi inglesi nel paddock compaiono pentole e piatti. Il solito
ritardatario arriva trafelato con la tremenda notizia : “ Si è stirato
uno nella parte alta, era in mezzo alla strada e non si muoveva; in
compenso la moto è rotta in due, ha tamponato un furgone che saliva”.
Parte qualcuno in ricognizione,
mentre all’accampamento si sprecano le congetture.
Gli impavidi esploratori tornano
mentre dal fondovalle si sente la sirena di un ambulanza che arranca
per la salita. Giacomino, che voleva dimostrare forse di poter
staccare un 2’00 su strada aperta, ha demolito la motina nuova nuova e
si è pure fatto male, Non tanto come sembrava inizialmente, perché è
sul bordo della strada che parla in maniera abbastanza lucida. Mezza
motina è nella scarpata, mezza è stampata nel vano di carico di un
incolpevole Fiorino. La sirena dell’ambulanza che dissolve in
lontananza chiude la giornata.
DAYTONA 1964
Questa è una storia antica, quando i
piloti erano piloti, le moto rumorose e bellissime, il Campionato
Mondiale lontano anni luce dalle pallosissime esagerazioni mediatiche
cui siamo abituati. Come se non bastasse, è una storia vera.
E’ il 1964, e tra i migliori piloti
inglesi nella classe 250 c’è anche Alan Shepherd, pilota ufficiale MZ
dal 1961. MZ era una fabbrica della Germania Est; il reparto corse era
guidato dal geniale Walter Kaaden, che gettò le basi dei moderni
motori da competizione a due tempi grazie a intuizioni e
sperimentazioni che precorrevano di gran lunga i tempi. Nel 1964 la
250 era un vero missile, 60 cavalli a 11800 giri e quasi 250
chilometri orari, anche se il reparto corse non nuotava nell’oro; era
evidente la preparazione artigianale dei mezzi, uno diverso
dall’altro… La prima gara era fissata a Daytona, Stati Uniti, il 2
Febbraio. Un aereo avrebbe portato i piloti e i team europei da
Heathrow a Daytona; erano tempi di guerra fredda, e Alan ricevette 48
ore prima della partenza dell’aereo un telegramma da Kaaden che diceva
“NON POSSIAMO VENIRE A DAYTONA”. Le autorità comuniste avevano negato
i visti all’ultimo momento ai componenti il team. Alan voleva correre
a tutti i costi (gli ingaggi erano miseri, e i piloti vivevano dei
premi di partenza) e organizzò un appuntamento con Kaaden alla
frontiera tra le due Germanie per recuperare la moto, almeno quella
non aveva bisogno di visto per gli Stati Uniti . Salì sul suo vecchio
furgone e partì da casa, in Cumbria. Dopo sei ore caricò il furgone su
di un aereo cargo che collegava Southend con Ostenda. All’una del
mattino scese dall’aereo e guidò 650 km fino alla frontiera. Alan
attraversò la frontiera, incontrò Kaaden e caricò la moto. Si
ripresentò al varco e le guardie gli spiegarono che per avere il visto
di uscita avrebbe dovuto percorrere tutta l’autostrada in direzione
opposta, fino a Berlino Ovest : il punto d’incontro era situato sul
famoso corridoio stradale. Alan spiegò che non aveva il tempo per
giungere fino a Berlino; dopo un nbel po’, nonostante i continui
dinieghi, salì sul furgone e lentamente si avviò verso la terra di
nessuno, sicuro che sarebbe stato raggiunto dai colpi sparati dalle
guardie. Miracolosamente nessuno sparò, e Alan riprese la sua folle
corsa (90 Km/h) verso l’aereo di Ostenda trasportando la sua preziosa
moto. A 300 Km dall’aeroporto, il motore del furgone esplose. Alan
chiamò il soccorso, e tentò di corrompere l’autista del carro attrezzi
per convincerlo a rimorchiarlo fino all’aereo. Non riuscì
nell’intento, e si ritrovò nell’officina più vicina. Il proprietario
era un appassionato di corse, e si offrì di trainare Alan con la sua
Mercedes fino ad Ostenda. Quando l’inglese obiettò di non avere con sé
abbastanza soldi per ricompensare un servizio del genere, il meccanico
disse che tutto quello che desiderava era un autografo del pilota.
Arrivati ad Ostenda il meccanicò pagò un autista di muletto per
caricare il furgone sull’aereo; alle due del mattino Alan scese in
folle dall’aereo : era di nuovo a Southend, aveva solo sei ore di
tempo per raggiungere Londra, non dormiva da 42 ore, l’ultimo pasto
risaliva a un giorno e mezzo prima… Con le ultime monete chiamò un
amico che era responsabile del reparto corse Castrol, e chiese se
c’era un furgone disponibile. I mezzi erano tutti al rally di
Montecarlo, ma se Alan fosse riuscito a raggiungere Londra col treno,
il furgone in partenza per Daytona l’avrebbe caricato. Alan fece
l’autostop per raggiungere la stazione, dove pensava di trovare un
taxi per tornare in aeroporto, caricare i ricambi sul taxi e tornare
alla stazione a piedi spingendo la moto. L’unica auto che si fermò era
una pattuglia della polizia, che chiamò un taxi via radio. Il tassista
convinse Alan a caricare anche la moto davanti al sedile passeggeri, e
raggiunsero la stazione guidando lentamente con gli sportelli
posteriori aperti. Il nostro eroe si concesse il lusso di un ora di
sonno mentre aspettava il treno, poi dovette caricare la moto a
braccia e occupò una giunzione tra due vagoni; sfiorò più volte la
rissa con gli scocciati damerini in gessato che per passare da un
vagone all’altro dovevano con orrore strusciare una moto da corsa. A
Londra trovò il furgone Castrol e raggiunse l’aereo per l’America. I
suoi problemi erano appena cominciati. Completamente solo, al primo
turno di qualifica completò solo un giro : la moto non riusciva
nemmeno a girare in quarta. Non era possibile che il meticoloso Kaaden
avesse preparato la moto in maniera meno che perfetta, Alan smontò e
controllò tutto il motore senza trovare difetti. La seconda sessione
di qualifica andò come la prima. Mancava solo l’ultimo turno di prove,
da tenersi la mattina seguente, e Alan non solo non aveva nemmeno
imparato il circuito, ma non si era neppure qualificato. Era però
sicuro che se avesse potuto parlare con Kaaden, il grande ingegnere
gli avrebbe saputo dire esattamente cosa fare; a Kaaden bastava solo
sentire passare i suoi piloti dal muretto dei box per capire cosa non
andava nel motore . Alan dovette rivolgersi al proprietario del
circuito per aggirare il divieto di telefonare dagli Stati Uniti verso
Paesi del Patto di Varsavia; i buoni uffici del boss di Daytona
fruttarono ad Alan una chiamata di tre minuti, al prezzo astronomico
di 3 sterline. Alla prima descrizione dei sintomi Kaaden zittì Alan
dicendogli che il problema era la benzina utilizzata, e gli chiese se
poteva cambiarla. Il regolamento non lo permetteva, quindi Kaaden si
mise a dettare la ricetta miracolosa : tanto di anticipo, tanto di
regolazione del disco rotante (ebbene sì, i suoi motori, nel ’64,
erano alimentati a disco…), tanto di getti e spillo dei carburatori.
Alan rilesse gli ordini e Kaaden gli disse che facendo così avrebbe
vinto. La mattina dopo Alan, effettuate le modifiche, si ritrovò per
le mani un missile; non spinse più di tanto per non scoprirsi con gli
avversari e fece il minimo per qualificarsi. Dopo le qualifiche uno
spettatore londinese, colpito dal fatto che Alan fosse completamente
solo, si offrì come segnalatore per la gara. Il giorno dopo Alan
completò i primi sei giri cautamente, non aveva ancora imparato il
tracciato, e grazie ai segnali dal box sapeva dove erano gli
avversari. Poi iniziò a rimontare furiosamente mettendo pressione
sulle Yamaha e Suzuki ufficiali, che cominciarono prima a fumare dagli
scarichi e poi furono costrette al ritiro. Avevano copiato i progetti
di Kaaden, ma non avevano Kaaden come tecnico. Al contrario di Alan,
che passò per primo sotto la bandiera a scacchi, e non ebbe nemmeno
modo di comunicare al team la vittoria. Niente televisione, ragazze
ombrello, e nemmeno telefono; in compenso, la principesca somma di 50
sterline…
Shepherd finì la stagione al terzo
posto in campionato, fu ingaggiato dalla Honda per guidare la 250 sei
cilindri per il campionato ’65 ma un gravissimo incidente (14 giorni
di coma) durante dei test invernali con la scorbutica Honda 350 4
cilindri pose fine alla sua carriera proprio nel momento di massimo
fulgore.
|